C’è un momento, prima che nasca una storia, in cui tutto è silenzio.
Niente trame, niente personaggi, niente titoli. Solo un fastidio sottile, come un nodo che non riesci a sciogliere.
È da lì che partono i miei romanzi: da un’inquietudine.
Non c’è nulla di romantico nel processo creativo. Non scrivo con la tazza di tè accanto e la luce calda di una candela — o meglio, sì, a volte succede, ma nella maggior parte dei casi la scrittura è un campo di battaglia.
Le frasi resistono, i personaggi si ribellano, la pagina bianca ti guarda con lo stesso sguardo giudicante che avrebbe una madre quando ti dice “mi aspettavo di meglio da te”.
La parte invisibile del lavoro
Dietro ogni scena scritta ce ne sono almeno dieci cancellate.
Dietro ogni personaggio riuscito, uno che non ce l’ha fatta.
La scrittura, per me, è come scavare con le mani nude: cerchi qualcosa che non sai nemmeno se esiste davvero.
E quando finalmente lo trovi, ti accorgi che ti sei tagliata.
Ci sono momenti in cui penso di non voler più scrivere. Succede sempre a metà romanzo.
Il punto in cui la storia ti si rivolta contro e tu non sai più se stai raccontando la vita o se la vita si sta prendendo gioco di te.
Poi, come sempre, succede qualcosa di minuscolo: una frase, un dettaglio, un odore — e tutto torna a muoversi.
I miei personaggi: più vivi di quanto sembri
Le persone spesso mi chiedono come “creo” i miei personaggi.
La verità è che non li creo: li incontro.
Appaiono all’improvviso, come certi sconosciuti in treno che iniziano a raccontarti la loro vita.
Martina, Nina, Gaia… non le ho inventate io. Le ho solo ascoltate.
E quando hanno finito di parlare, il libro era già lì, come se fosse stato scritto da loro.
Il momento della verità
C’è un istante preciso, quando il romanzo è finito, in cui devi lasciarlo andare.
È un momento dolce e crudele insieme.
Hai passato mesi a costruire quel mondo, e poi lo consegni al lettore, sapendo che lo vedrà in modo completamente diverso.
Ed è giusto così.
La letteratura vive solo quando smette di appartenere a chi l’ha scritta.
Scrivere per non smettere di sentire
Le parole mi tengono viva, mi danno forma.
E ogni volta che qualcuno mi scrive “in quella frase mi ci sono riconosciuto”, sento che tutta la fatica è valsa la pena.
Perché allora sì, quel piccolo nodo che mi tormentava all’inizio — l’inquietudine da cui tutto nasce — trova finalmente pace.
📌Se ami sbirciare dietro le quinte delle storie, resta qui.
I miei romanzi nascono da un caos che non si vede, ma che pulsa sotto ogni parola.
E se vuoi capire da dove vengono davvero le mie storie, leggi Del sangue non mi importa o L’odore della felicità: non troverai solo personaggi, ma schegge di verità che, forse, ti somigliano più di quanto immagini.
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